Mi ci è andato un po’ di tempo per lasciarli andare. Stefano, Remo, Nando. Fernanda, Piera, i comitati di fabbrica, i bambini.
Ho letto Eravamo immortali in un soffio, incapace di pensare seriamente ad altro, costantemente in attesa di tornare tra le sue pagine.
Nelle vite di Stefano e Remo, che nella primavera 1939 corrono in bici salendo a Superga, giovanissimi.
Con Fernanda per le strade di una Torino occupata dal nazifascismo.
E di nuovo con Stefano – il grande protagonista trainante di questo immenso, bellissimo romanzo – sui tetti della Fiat, in quell’aprile 1945 che tutto ha deciso.
Seguendoli e osservandoli, guidata dalla penna fine e precisa di Marco Cassardo, ho letto di loro e ho vissuto con loro, gioendo e soffrendo, amando e odiando.
Attraverso sessant’anni di storia italiana, quattrocento pagine e molte vite di persone che ora sono prepotentemente parte della mia famiglia letteraria interiore.
E con le molteplici forme che può avere il perdono ho fatto i conti a lungo, anche dopo aver girato l’ultima pagina del libro.
Leggete Eravamo immortali. Dentro c’è tutto.
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Eravamo immortali di Marco Cassardo, Mondadori
Ne ho scritto anche qui.

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