Leggere con se stessi
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Annie Ernaux e il mio cuore

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Lessi L’altra figlia una domenica pomeriggio, forse nel marzo 2017, sul treno che mi riportava a casa dopo una lezione alla Scuola Holden. Lì seppi davvero dell’esistenza di Annie Ernaux; lì mi bastarono poche righe per capire che non avrei più fatto a meno della sua scrittura.

L’Orma Editore al tempo aveva già pubblicato Gli anni e Il Posto: arrivai, quindi, un paio d’anni dopo la riscoperta di Lorenzo Flabbi (editore e traduttore italiano di Annie Ernaux) e del suo team, ma di lì non mi fermai più.

Potete, allora, immaginare la mia contentezza, il 6 ottobre scorso, all’annuncio che proprio lei, la mia Annie, sarebbe stata il Premio Nobel per la Letteratura 2022.

In questo articolo voglio parlarvi di Annie Ernaux e tentare di raccontarla a chi ancora non la conosce perché il recente premio dell’Accademia di Svezia è un riconoscimento importantissimo alla sua carriera letteraria, certo, ma soprattutto è un premio dato ai sentimenti e alla loro scrittura nitida, precisa, priva di sentimentalismo, reale.

Da quel giorno di cinque anni fa ho letto tutti i suoi libri pubblicati in Italia dall’Orma Editore e mi sono procurata anche quelli usciti in Francia e non ancora tradotti (Gallimard e Folio). Ho ritrovato sugli scaffali dell’usato Diario dalla periferia, uscito per Rizzoli nel 1994 per la traduzione di Romana Petri, e anche Passione semplice (Bur) e Scrivere è dare forma al desiderio (Castelvecchi). Ho letto e riletto sottolineando, mettendo segnalibri, facendo orecchie alle pagine, trascrivendo frasi. Sono tornata molte volte tra le sue righe perché alla prima lettura mi avevano fatto male, scoprendo un punto nascosto di me, un luogo dove anche io, come lei, avevo riposto i miei dolori. Sono tornata tra i suoi paragrafi brevi per gli incontri dei gruppi di lettura, per dei corsi di formazione, quando volevo scrivere qualcosa e non ci riuscivo.

Io non scrivo perché tu sei morta. Tu sei morta perché io possa scrivere, fa una grande differenza.

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L’altra figlia, come ho scritto, fu la mia prima lettura integrale di un testo di Annie Ernaux. Precedentemente avevo letto soltanto dei brani da Il posto e Gli anni, analizzandoli per degli esercizi di scrittura: nella successione di eventi che la mia testa ricostruisce, quindi, L’altra figlia è e rimane sempre il mio personale colpo al cuore; Gli anni e Il posto sono, invece, il territorio delle risposte alle mie domande di scrittura.

In L’altra figlia Annie Ernaux ci racconta la sorella, morta prima che lei nascesse. Narra in poche, semplici pagine come per caso scoprì della sua esistenza, come in casa non se ne parlasse mai e quanto sia stato difficile sapere qualcosa su di lei, racimolare le uniche sei fotografie da cui, in ultimo, è partito il lavoro di scrittura. La sua è una ricostruzione non soltanto biografica, ma di sentimenti, persone, ricordi e mancanze. Tra queste pagine, che hanno visto la luce soltanto dopo la morte di entrambi i genitori, Annie Ernaux ritrova colei che non ha mai chiamato per nome ad alta voce, la bambina perfetta e santificata la cui morte ha portato via con sé la giovinezza dei genitori, i loro sorrisi, tutto il bello che la vita potesse offrire.

Non vivevo nel loro dolore, vivevo nella tua assenza.

Annie è la seconda, la figlia che arriva dopo, per sempre incompresa nel suo essere semplicemente una persona diversa dalla bambina che c’era prima di lei. Ma L’altra figlia non è una recriminazione nei confronti dei genitori, né un appello nostalgico alla sorella per silenziare la coscienza. È semplicemente un tentativo di carta e parole di plasmare la materia calda che riempie la vita tra le assenze di chi non c’è più.

Ho consigliato spesso L’altra figlia come primo approccio ad Annie Ernaux e nel tempo vi ho affiancato a tale scopo anche La vergogna (2018): sono due testi perfetti, a mio parere, per incontrare per la prima volta la scrittura di Ernaux.

L’altra metà del mio cuore è occupata da Memoria di ragazza, uscito in Francia nel 2016 e in Italia nel 2017, sempre per L’Orma Editore e la traduzione di Lorenzo Flabbi.

Ancora una volta la mia memoria di lettrice – una memoria del tutto separata da quella ufficiale, perché in grado di collocare letture indietro nel tempo e con precisione, facendomi ricordare attimi esatti, situazioni, odori, colori – mi riporta all’estate del 2017, a quel finire di luglio quando lo lessi. La prima pagina della mia copia di Memoria di ragazza riporta una breve dedica di Annie Ernaux e la data, 21 maggio 2017: la scrittrice era ospite del Salone Internazionale del Libro di Torino, ci incrociammo brevemente, lei coi suoi capelli così chiari, la voce sottile ed elegante, l’umiltà dei gesti, lo sguardo vivo; io, ovviamente, priva di ogni parola esprimibile a voce, sopraffatta da un timore interiore e reverenziale che mi impediva di dare suono ai miei pensieri.

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Sapevo di avere tra le mani qualcosa di importante, conservavo le recensioni, le interviste, avevo un desiderio fortissimo di iniziare a leggere, ma allo stesso tempo me ne tenevo distante.

Misi un’estate tra me e Memoria di ragazza poi, di ritorno da una vacanza a Parigi, cominciai.

Oggi ho perso il conto dei segnapagina adesivi che spuntano da quelle pagine, spesso ne aggiungo di nuovi. Torno con le dita sulle righe dove ero già stata in quell’assolato fine luglio 2017 e riconosco le tracce del mio passaggio: a Parigi, all’Institut du monde arabe, avevo comprato del burro di karitè, da cui ero diventata dipendente. Lo spalmavo sulle mani tre, quattro volte al giorno; spesso, subito dopo mi mettevo a leggere, sdraiata in camera da letto. Le piccole sbavature d’inchiostro su alcune righe sono quindi la traccia indelebile della mia impazienza e di quel delicato profumo.

Quella ragazza là, quella del 1958, capace di manifestarsi a cinquant’anni di distanza e di provocare un tracollo interiore, è dunque ancora nascosta dentro di me, da qualche parte, irriducibile.

In Memoria di ragazza Annie Ernaux scrive l’abbandono dell’adolescenza e l’ingresso nell’età adulta. La casa natia lasciata per la prima volta, il sesso, la scoperta di sé e degli altri. La collocazione dell’individuo in mezzo a una collettività spesso falsamente accogliente, sempre spietata nei confronti della sensibilità e dell’ingenuità.

Le pagine di Memoria di ragazza mi scorticano il cuore ogni volta che le leggo.  Mi costa ammetterlo, ma è così.

Se non lo facessero, se non mi toccassero, se non le capissi, starei sicuramente meno male. E sarei meno consapevole di cosa io sia, di come il mio corpo sia l’emissario dei miei sentimenti, di quanto mi costi, ogni volta, cercare un rapporto sano con gli altri.

 Non avevo sconfitto la fame. La estenuavo solamente lavorando. Penso soltanto al cibo. Sono entrata in una modalità per la quale la mia esistenza procede in funzione di cosa potrò o non potrò mangiare la volta prossima a seconda del tasso calorico di ciò che ho nel piatto in quel momento. In un romanzo, la descrizione di un pranzo o una cena mi fa interrompere la lettura bruscamente come una scena sessuale.

Uno degli argomenti più sensibili trattati in Memoria di ragazza è il disturbo del comportamento alimentare che Annie Ernaux ha negli anni della sua giovane adultità. Emerge chiaramente che il cibo diventa rifugio, fissazione, dolore, occupazione fisica di un posto che viene percepito come incredibilmente vuoto.

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Le relazioni sentimentali e sessuali difficili, la ricerca di un’assimilazione con il gruppo, di un amalgama sociale che mina continuamente l’equilibrio personale dell’autrice sono il terreno fertile per il calore e il senso di comprensione piena che il cibo può dare. Anche tra queste righe mi rivedo, inevitabilmente. Anche tra queste righe lascio il cuore appeso e non posso far altro che cercare, annaspando, un aiuto tra le sue parole. Lo trovo, la maggior parte delle volte.

Annie Ernaux ha rivoluzionato, col suo stile e la sua scrittura, il concetto di autobiografia, riuscendo nel difficilissimo intento di raccontare di sé mettendo una distanza tale tra la persona che è e quella che racconta da rendere universale ciò che narra. Parlando di lei con distacco, spesso in terza persona o utilizzando il suo nome A. trasforma la persona in personaggio, in una creatura di carta eppure verissima nella quale ogni lettrice, ogni lettore può ritrovarsi. E allora la paura scompare, il timore, la vergogna, la tristezza ci abbandonano: Annie Ernaux nei suoi pezzi di memoir bianchi e nitidi mette tutto sulla pagina con una sincerità disarmante. Mette per iscritto i pezzi più bui della sua vita, i momenti di dolore che la maggior parte di noi nasconde sotto al tappeto o semplicemente rimuove.

Ecco la straordinarietà di questa scrittrice senza eguali. Ecco perché il prestigioso riconoscimento che le è stato assegnato è incredibilmente sociale, in questo momento storico più che mai.

Leggetela. Rileggetela. Fatela vostra. E se vi va ditemi cosa ne pensate.

Gli altri titoli di Annie Ernaux

Il ragazzo, L’Orma Editore, 2022

Guarda le luci, amore mio, L’Orma Editore, 2022

La donna gelata, L’Orma Editore, 2021

L’evento, L’Orma Editore, 2019

Una donna, L’Orma Editore, 2018

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